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CAVALLERIA DEL CIELO
1915 - 1918
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Umanità e rispetto nel cielo Italiano

Rovistando negli archivi della storia capita di trovare documenti di forte carattere umano, vecchie carte che, tra gli orrori della guerra, evidenziano l'umanità e la cavalleria che  l'aviazione fino ad oggi ha avuto nel suo DNA.

Ci sono alcuni esempi di com­prensione e addirittura di collabo­razione che troviamo nelle crona­che della guerra 1915-1918. Tra gli aviatori italiani e quelli austro-te­deschi vi fu un singolare scambio di messaggi, lanciati allo scopo di chiedere no­tizie sulla sorte dei commilitoni caduti oltre il fronte, questo avveniva nei due set­tori opposti.

Fu un'iniziativa che, nata spon­taneamente proprio dalla fiducia del combattente, nella lealtà e nel­la cavalleria dell'avversario con il quale ci si scontrava ogni giorno al di sopra delle trincee,  diventò così abituale e rispettata, da costituire  quasi un servizio, atteso e solleci­tato, compiuto con aviolanci, ricor­renti soprattutto dopo ogni batta­glia aerea che aveva determinato perdite di velivoli oltre le linee.

Essa era così radicata, oramai, nel costume dei combattenti delle due parti, che non cessò nemmeno quando, nel maggio 1918, la Croce Rossa dei due Paesi raggiunse una convenzione per lo scambio delle notizie che già da tre anni varcavano il confine conteso per le vie dell'aria, affidate, appunto, all'umanità e alla cavalleria del ne­mico.

I fogli erano, di solito, dattilo­scritti o in ciclostile; ma anche ma­noscritti o, eccezionalmente, per­fino stampati; erano vergati su car­ta velina, ma qualche volta anche su carta a righe, strappati all'ultimo mo­mento da un quaderno; venivano lanciati in più copie, normalmente in sacchetti o in contenitori metal­lici di fortuna.

« Ai camerati italiani aviatori! », si rivolge addirittura un appello dattiloscritto del gennaio 1918, fir­mato dai « camerati aviatori au­striaci ».

« Facciamo appello allo spirito di cavalleresca generosità che è vanto delle battaglie aeree, per avere qualche notizia dei piloti, ecc. ». E' il preambolo di un foglio lanciato dai nostri sulle linee austriache nel novembre 1917, per conoscere la sorte di due ufficiali caduti fra Pia­ve e Tagliamento durante la reazione italiana al disastro di Caporetto.

Erano giorni particolarmente "caldi", atmosfera rovente di ac­caniti combattimenti; eppure gli a­viatori dai due opposti campi si intendevano tra loro in nome di un prestigio e di un « carattere » co­mune che vicendevolmente si ri­conoscevano.

Oltre al tipo della carta usata per i messaggi, e alla rudimentale loro redazione, gli errori dei testo italiano compilato dai nemici è una altra prova, quasi patetica, di una simpatica ed efficiente improvvi­sazione, delle cose "arrangiate" senza ricorrere a un'organizzazione superiore che, con i suoi uffici e traduttori, avreb­be potuto,  magari a discapito della tempestività degli appelli,  dare forma corretta al testo dei volantini.

Possiamo immaginare un gruppo di aviatori che, riuniti intorno al rozzo tavolo di una baracca delle immediate retrovie austriache, si ingegnavano a scrivere il biglietto da lanciare l'indomani per avere notizie del "fato ", come si espri­mevano attingendo, forse, alla più popolare letteratura romantica del tempo, di un amico non tornato alla base. Ognuno cercava di ri­chiamare alla mente tutte le pro­prie nozioni della lingua italiana.

per collaborare al lavoro comune, e ne uscivano le frasi: « tutti i ca­duti furono con onori militari se­polti (Pergine 10/7/1917)», " vi si prega istantamente .... "; " ... e il suo pilota inconoscente furono sotterrati a Roano ".

Il desiderio di sincera collabo­razione giungeva perfino a precisa­re, dopo avere dato le notizie co­nosciute: " di altri aviatori non si sa nulla, prego chiedere un po' più a nord, fra le montagne, di là a­vrete pure notizie "

Venivano spesso citati, da en­trambe le parti, gli onori militari resi ai Caduti e, talora, se ne alle­gavano addirittura le fotografie, specificando qualche volta le eroi­che circostanze che avevano accom­pagnato l'abbattimento del velivolo. Come nel caso del foglio mano­scritto lanciato nel dicembre 1917 sulle linee per dare notizie di un Caproni caduto dopo strenuo com­battimento. "I Tenenti Muratorio Mario e Fabbri Ugo, i mitraglieri Spreafico e Galbiati sono prigionie­ri dopo aver sostenuto combatti­mento con cinque apparecchi ne­mici. Il Tenente Fabbri e Galbiati sono feriti"

Qualche volta si stabiliva addi­rittura una specie di colloquio epistolare a più battute al di sopra del muro di fuoco del fronte.  Esem­pio, un nostro messaggio del 3 feb­braio 1918 che, tipico nella sua ste­sura generale, è invece singolare nella richiesta di precisazioni ne­cessarie per poter interpretare giu­stamente una precedente informa­zione austriaca. Eccone la tradu­zione del testo, lanciato, natural­mente, in tedesco,: " ...non com­prendiamo la notizia che ci date sul "Capitano Bassani già Coman­dante 5. Squadriglia campo di  Aviano e un Tenente sopra Caproni" (i nostri usavano la stessa frase ita­liana scritta dagli austriaci) abbat­tuti il 25 ottobre 1917, ora in salute e prigionieri. Riteniamo no­mi errati, preghiamo ripetere no­tizia con più precise informazioni. Attendiamo le altre notizie pro­messe. Gli aviatori italiani ».

Alla luce di questo spirito di comprensione, e diciamo di fratellanza, non è ardito pensare che gli aviatori nemici abbiano ac­colto con doloroso stupore il bi­glietto lanciato dai nostri il 24 giu­gno 1918 per richiedere notizie del Maggiore Francesco Baracca; e ciò pure conoscendo le sue temibili prerogative di arditissimo e inegua­gliabile avversario, vincitore di tante battaglie aeree contro i loro velivoli nero-crociati. Egli era ca­duto il giorno 19 sul Montello ed ancora non era giunta notizia del suo ritrovamento.

Il messaggio diceva: « Agli Avia­tori austriaci, Vi preghiamo di volerci dare subito notizie dell'avia­tore italiano Maggiore Francesco Baracca, caduto verso le ore 19 del 19 corr. presso Nervesa colpito da mitragliatrice da terra. (nota dell'autore : vedremo che successivamente vennero prese in esami altre cause dell'abbattimento) , Vi comuni­chiamo intanto che l'Aviatore au­striaco Sergente Peschger, caduto il 21 maggio, è incolume e prigio­niero. Gli aviatori italiani. 24 giu­gno 1918 ».

Quando giunse Vittorio Veneto e le truppe italiane, incalzando il nemico che si ritirava lungo "le valli che aveva disceso con orgo­gliosa sicurezza", occuparono i ter­ritori invasi ed irredenti, ebbero le testimonianze della cavalleresca « pietas » degli aviatori avversari verso i nostri Caduti. Ad Aldeno, in Val Lagarina, trovarono, ad esem­pio, che la tomba del Sergente Ar­rigoni, caduto il 4 agosto 1918, era ornata di una croce, di una corona e di una cristiana epigrafe; seppero dalla gente del luogo che era stato sepolto con gli onori militari, pre­senti, con molta parte della popo­lazione, i piloti austriaci del vi­cino aeroporto di Romagnano, fra i quali colui che aveva abbattuto il nostro Sottufficiale. Egli si era pre­sentato alle esequie in uniforme bianca ed aveva personalmente pronunciato un breve discorso commemorativo dello sfortunato, eroico avversario.

E' importante il fatto che questo episodio — esemplare ma non iso­lato — sia avvenuto nel periodo più rovente della guerra, tra le battaglie del Piave e di Vittorio Veneto. Ed è inoltre importante il poter constatare che al di qua del fronte venivano trattati con lo stesso spirito cavalleresco gli avia­tori austriaci prigionieri e caduti, nonostante la nostra pesante propa­ganda, volta a infiammare gli ani­mi contro le truppe che occupavano un lembo della Patria.

Meno noti sono per noi, invece, gli episodi di ammirazione e reve­renza per il nemico caduto, il cui ricordo è stato lasciato dagli austriaci fra le nostre popo­lazioni delle terre invase che, pure terrorizzate dal peso reale e psico­logico del "tallone teutonico" sce­so su di loro, non poterono fare a meno di constatare e di ammirare, in particolare negli aviatori ne­mici, un atteggiamento e un com­portamento che non sembrerebbe far riconoscere come uomini dello stesso sangue .

Colui che in quei tempi  fu il Te­nente pilota che d'Annunzio chia­mava "Costantin dall'Ala occhiuta" per le sue preziose ricognizioni sulla zona del Piave, ci ha scritto. Egli offre un'altra testimo­nianza significativa per l'argomento qui trattato. Racconta infatti, tra l'altro, del gesto spontaneo di idea­le solidarietà compiuto da un avia­tore austriaco in memoria del Te­nente Osservatore Pettazzi, caduto con il suo pilota sull'altipiano di Asiago nell'ottobre 1915, dopo tan­te prove d'eroismo, che il nostro corrispondente rammenta ancora con ammirata commozione. e Caval­lerescamente, egli conclude, " un aviatore austriaco, lanciò sul no­stro campo i gloriosi ricordi dei due Eroi dell'aria, insieme con una corona di fiori. Ne ho trattenuto uno, di quei fiori, che conservo e tengo ancora tra le foto di guerra, la guerra del 1915-1918. È un fiore di montagna. Pur secco da tanti anni, lo sento sempre saturo delle mie preghiere per tutti i morti del cielo, della terra e del mare, di quella e di tutte le altre guerre".

Il significato,  il profumo di quel fiore conserva veramente, e in modo prodigioso, la sua efficacia nel tem­po. Le sue corolle disseccate sem­brano avere il magico potere di perpetuare e moltiplicare i frutti della profonda « pietas » che uo­mini forti ebbero per altri uomini forti: poiché essi, sebbene nella realtà fossero divisi da frontiere irte di ferro e corrusche di fuoco, non aprirono mai il loro animo alla maledizione dell'odio che, solo, po­ne confini invalicabili tra le crea­ture umane.

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