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Ministero della Difesa
Aeronautica Militare
Balcani
Kosovo

Nel 1991 la dichiarazione di indipendenza della Slovenia, della Croazia e, nel 1992, della Bosnia-Erzegovina fa precipitare la Jugoslavia in una grave crisi politico-istituzionale. Ciò dà il via ad una serie di conflitti che incendiano tutta l’area balcanica causando una impressionante catastrofe umanitaria.
L’ONU, per arginare questa tragedia, organizza un ponte aereo su Sarajevo per rifornire di viveri e di medicinali le popolazioni della Bosnia-Erzegovina. Il ponte aereo, durato oltre quattro anni, impegna anche l’Aeronautica Militare che perde un G-222 della 46^ Brigata Aerea di Pisa e tutto l’equipaggio, abbattuto da due missili. Nel 1993, viene messa in atto l’Operazione "Deny Flight", per impedire il sorvolo della Bosnia ai velivoli militari. Per quasi tre anni, l’Aeronautica Militare dà supporto logistico ai Reparti dei Paesi NATO presenti nelle basi italiane e interviene con i caccia Tornado e gli AMX che effettuano 543 uscite e 1288 ore di volo. Nello stesso periodo, l’Aeronautica prende parte all’Operazione "Sharp Guard", a supporto delle Unità Navali in Adriatico, con otto Tornado che effettuano 230 uscite e 267 ore di volo.
Seguono poi le Operazioni "Deliberate Guard" e "Deliberate Force", nel corso delle quali, dal 1996 al 1998, i velivoli italiani effettuano 3.000 uscite per 7.227 ore di volo e trasportano 30.000 passeggeri.
Conclusa la "Deny Flight" viene avviata l’Operazione "Decisive Endeavour" alla quale partecipano otto Tornado, sei AMX, quattro G-222, un C-130 e un B-707 per il rifornimento in volo. I velivoli aerotattici effettuano 1.250 uscite e 3.150 ore di volo. Ultimo atto della tragedia balcanica è l’esodo dal Kosovo di circa 300.000 albanesi in fuga dalle milizie serbe. Nel corso del 1997 e, soprattutto, del 1998 gli scontri tra separatisti kosovari e forze militari e di polizia serbe si intensificano nell’area balcanica. La volontà del Governo di Belgrado si traduce in azioni di pulizia etnica con esecuzioni di civili ed evacuazioni di interi villaggi che provocano massicci esodi di profughi verso i Paesi limitrofi e verso l’Europa, soprattutto l’Italia. Il rischio che il conflitto nel Kosovo si espanda nel resto dei Balcani mobilita la diplomazia internazionale: nel marzo 1998 si riunisce a Londra il gruppo di contatto formato da Stati Uniti, Russia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia che decide, con il parere contrario della Russia, di imporre alla Serbia sanzioni economiche, minacciando un intervento militare diretto nel Kosovo se questa non accetti di ritirare le proprie forze di polizia e di avviare un negoziato di pace. In settembre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU vota una risoluzione finalizzata al cessate il fuoco, ammonendo il Governo di Belgrado. In ottobre si apre il primo tavolo di negoziati, che si concludono con la firma di un accordo per il cessate il fuoco e per il ritiro delle truppe serbe dalla regione, e a garanzia dell’attuazione dell’accordo di pace vengono inviati nel Kosovo più di 2.000 osservatori dell’OSCE.
La palese violazione dell’accordo nei mesi seguenti, con il ripetersi di scontri, costringe le parti in conflitto a un incontro, che si svolge nel febbraio del 1999 nel castello di Rambouillet (Francia). Il piano prevede la concessione di un’ampia autonomia al Kosovo nel rispetto della sovranità serba, il disarmo dell’UCK (Ushtria Çlirimtare e Kosovës - Esercito di Liberazione del Kosovo) e il dispiegamento di una Forza multinazionale di pace sotto l’egida della NATO. Ma tra il 1997 e il 1998 le milizie serbe lanciano una violenta offensiva che colpisce indiscriminatamente la popolazione kosovaro-albanese. Migliaia di persone, allo scopo di sottrarsi ai soprusi e alle violenze, vengono costrette ad abbandonare i villaggi. L’intransigenza di Belgrado fa scattare l’intervento militare della NATO, che da tempo ha avviato i preparativi per un intervento militare diretto. Dopo il fallimento delle trattative di Rambouillet, nella primavera del 1999 la crisi del Kosovo raggiunge il suo culmine, causando l’intervento militare della NATO. L’attacco aereo si conclude dopo 78 giorni di intensi bombardamenti. L’Italia interviene schierando 50 velivoli tra F-104, Tornado, AMX, B-707, G-222 e C-130 che effettuano 1.440 uscite e 6.555 ore di volo nel corso dell’Operazione "Allied Force".

1° Reparto Operativo Autonomo (Dakovica, Kosovo)

L’Operazione inizia nell’estate del 1999 a Dakovica, dove in soli 52 giorni e in un contesto non ancora completamente pacificato i militari dell’Aeronautica Militare riescono ad allestire "da zero" un aeroporto, attuando la prima attività di proiezione fuori area della Forza Armata. Nel giugno 1999 l’Aeronautica Militare è chiamata a partecipare all’Operazione “Joint Guardian” con la costruzione di un aeroporto per il supporto del contingente italiano in Kosovo.
Da ciò scaturisce il decreto legge 180/99 convertito nella legge 269/99 con cui si finanzia la costruzione dell’aeroporto, che in luglio la KFOR (Kosovo Force della NATO) approva, indicando per la sua realizzazione un’area limitrofa ad una piccola pista già esistente a nord-est di Dakovica. Il primo team logistico arriva a Dakovica in agosto e costituisce il relativo distaccamento all’interno del campo che viene denominato AMIKO (Aeronautica Militare Italiana in Kosovo) dove alla fine di settembre un G-222 della 46^ Brigata Aerea può effettuare il primo atterraggio. Nel gennaio 2000, con la costituzione del 1° Reparto Operativo Autonomo, l’Ente si trasforma e da cantiere comincia ad assumere la fisionomia di un Comando operativo; con l’omologazione del TACAN (Tactical Air Navigation) è ufficialmente aperto il servizio di avvicinamento. Il CTR (Control Zone) di Dakovica è dunque istituito e, dall’8 marzo, previa autorizzazione di Joint Force Command/NATO, sono assicurati gli atterraggi e i decolli in condizioni IFR (Instrumental Flight Rules) che consentono l’avvio di voli regolari di collegamento settimanale con l’Italia. Dal maggio del 2000 nell’aeroporto è presente, con elicotteri AB-205, la componente aerea della Brigata Multinazionale Ovest (Task Force “Ercole”) che opera alternativamente con elicotteri dell’Esercito Italiano, della Marina Militare e dell’Aeronautica Militare con NH-500 e che resta fino al 2002 con mezzi e personale del 72° Stormo di Frosinone. Gli elicotteri NH500 del 72° Stormo hanno effettuato in Kosovo 2.092 ore di volo e trasportato 2.350 passeggeri.
Durante l’estate del 2001, sull’aeroporto si svolge una notevole attività di volo a causa delle limitazioni imposte ai collegamenti stradali in seguito alla crisi nella ex Repubblica Jugoslava della Macedonia (FYROM - Former Yugoslavian Republic Of Macedonia). La base ospita, nell’autunno del 2001, uno squadrone francese, che conduce operazioni di volo con il sistema Hunter, velivolo non pilotato impiegato per scopi di sorveglianza e ricognizione, in missioni sia diurne sia notturne. Questa attività ha evidenziato ancora meglio la capacità e professionalità del personale dell’Aeronautica Militare nel saper integrare tipologie di traffico diverse. Dal 1° marzo 2006 il Reparto ha assunto la denominazione di RD-RMS, ovvero Reparto Distaccato del Reparto Mobile di Supporto di Villafranca di Verona e dal 1° ottobre 2008 ridenominato Task Force Air​. Lo scopo principale della realizzazione dell’aeroporto AMIKO è quello di garantire un supporto tecnico-logistico al contingente italiano, una pronta disponibilità di mezzi aerei in condizioni di emergenza, e una base attrezzata per le operazioni aeree in teatro in alternativa all’aeroporto di Pristina, unico del Kosovo sino al 1999 in grado di gestire una certa mole di traffico. L’aeroporto è costruito ed è mantenuto in esercizio con le sole risorse italiane di uomini, mezzi, infrastrutture e finanziamenti e in ragione di ciò si decise all’epoca di mantenerlo sotto esclusivo Comando nazionale. Il sedime aeroportuale è svincolato dunque dalla catena di Comando e Controllo NATO/KFOR, seppur il Reparto dell’Aeronautica Militare collabori con tutte le forze assegnate o cooperanti con la NATO in Kosovo nell’ambito dell’Operazione "Joint Enterprise". Ad esempio, fanno regolarmente scalo sull’aeroporto, ancorché non appartengano a Nazioni aderenti alla NATO, sia velivoli civili sia militari elvetici e austriaci in supporto ai propri contingenti. Oltre la pista di volo, di circa 1.800 metri di lunghezza idonea per velivoli della classe Airbus 321, viene realizzata una zona logistica comprendente alloggi, uffici, mensa, autoreparto e quanto altro necessario per supportare la presenza di circa 500 persone. Adiacente a questa area, viene posizionato un blocco tecnico a servizio delle telecomunicazioni, controllo del traffico aereo, meteo e operazioni di scalo aeroportuale.
L’attività operativa dell’aeroporto, dal gennaio 2000 − data della sua costituzione presso il 1° ROA − comprende più di 12.000 movimenti tra aerei ed elicotteri, il transito di circa 32.000 passeggeri e il movimento oltre 20.000 tonnellate di materiali.
L’opera ha assunto progressivamente, nell’area del Kosovo, la funzione d’aeroporto alternato a quello di Pristina, favorito nella sua vicinanza geografica al confine albanese e montenegrino, e grazie ad una situazione meteorologica generalmente più favorevole. La base è integrata nel territorio e le autorità di Dakovica esprimono in svariate occasioni il proprio favore in merito allo sviluppo dell’aeroporto, considerato d’interesse primario per la collettività. La conclusione dell’attività del 1° ROA coincide con la fine dell’impegno italiano in Kosovo, contribuendo in maniera significativa e diretta alla ricostruzione politica, sociale ed economica del Paese. Il compito dell’Aeronautica Militare è quello di gestire l’aeroporto di Dakovica a supporto del contingente dell’Esercito della Brigata Multinazionale Sud-Ovest schierata nel settore del Kosovo di competenza italiana. 

2° Reparto Operativo Autonomo (Pristina, Kosovo)

La missione del 2° ROA dell’Aeronautica Militare, denominata KOALA (Kosovo Operations Aeronautica Militare Leading APOD), ha inizio il 1° luglio 2000, subentrando al precedente distaccamento britannico, e termina il 3 marzo 2003 con una cerimonia che vede attribuire il Comando ad un contingente multinazionale a guida islandese.
Il compito dei 180 uomini dell’Aeronautica Militare è quello di gestire, per conto della NATO, le aree militari e civili, nonché tutte le attività operative dell’aeroporto (APOD, Airport of Debarkation) di Pristina-Slatina, contribuendo ​così in maniera diretta alla ricostruzione del Kosovo. Il personale del 2° ROA, infatti, assicura sull’unico scalo civile e militare del Kosovo, l’assistenza al traffico aereo, i servizi antincendio, radioassistenze e voli notturni, le aree di parcheggio e il rifornimento dei velivoli militari. In cifre, l’attività del 2° ROA rende possibile lo svolgimento di 19.313 voli, il trasporto di 42 tonnellate di merci, il transito di oltre due milioni e 200 mila passeggeri, nonché l’effettuazione di 125 voli sanitari.
 

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