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Ministero della Difesa
Aeronautica Militare
TASK GROUP TYPHOON

Ero seduto sui banchi di scuola media la mattina del 17 gennaio 1991 e ricordo bene quel giorno. Cercavo di nascondermi dagli occhi della professoressa di lettere mentre spiegava chissà cosa ed io ero molto più interessato alle notizie del primo giorno di guerra. Le cuffiette nascoste nella manica del maglione e la testa appoggiata alla mano per non farle vedere. La notte precedente era cominciata l’operazione Desert Storm e la Coalizione a guida USA aveva attaccato le postazioni irachene ai confini con l’Arabia Saudita e il Kuwait. Seguivo con ansia e anche un po’ di eccitazione quegli eventi. Lì, a combattere per la liberazione del Kuwait, infatti, c’erano anche i nostri equipaggi di volo ed io volevo sentirmi vicino a loro. Il mio gregario di oggi, il 17 gennaio 1991, non era neanche nato. 

La base aerea kuwaitiana di Ali Al Jaber si trova qualche decina di chilometri a sud di Kuwait City, nel mezzo di uno dei deserti più aridi al mondo e se qualcuno volesse vedere con i propri occhi e capire cosa voglia dire il termine “bombardamento chirurgico” è proprio qui che dovrebbe venire. A distanza di quasi trent’anni, infatti, tutti gli shelter che ricoveravano i caccia iracheni che avevano invaso il Kuwait, riportano ancora i segni dei bombardamenti alleati. Ogni singolo shelter è stato colpito. Le voragini delle bombe sono tutt’oggi presenti esattamente come 28 anni fa, tutte perfettamente al centro di ogni shelter. Non ce n’è uno che non sia stato colpito con assoluta precisione. È una scena che fa pensare e che riporta alla memoria le frammentarie notizie che, con estrema attenzione, seguivo ai telegiornali di allora. Adesso siamo qui, io e il mio giovane gregario, che quelle scene non le ha mai viste in televisione, allineati sulla pista della base di Al Jaber, in attesa dell’autorizzazione al decollo per la nostra missione.

Il caldo è forte, siamo all’inizio di agosto, la temperatura supera abbondantemente i 45 °C, ma i nostri Eurofighter reggono bene, decisamente meglio di noi. Cerchiamo di velocizzare il più possibile le operazioni a terra, una volta decollati, infatti, la situazione migliorerà notevolmente. Non vedo l’ora di staccare, se non altro, una volta in volo, non dovrò più combattere con le gocce di sudore salato che dalla fronte raggiungono gli occhi e che non mi fanno vedere più niente. Ci siamo, possiamo andare. I motori spingono bene, certo non è la stessa spinta dell’inverno scorso, quando eravamo in Estonia impegnati nel servizio di Air Policing, qui è un’altra storia. La rotazione fa rivolgere il getto dei motori verso la pista sollevando un’incredibile nuvola di sabbia. Il mio gregario lo sa, se lo aspetta e non avrà problemi a decollare e a tenermi in vista. Infatti eccolo lì che appare nel bordo inferiore del mio specchietto sinistro, pronto a ricongiungere. Pochi minuti di volo ci separano dall’Iraq, ancor meno sarebbero se volessimo andare in Arabia Saudita ma ovviamente non è questa la nostra destinazione. Saliamo a quote comode, il tragitto per il primo rifornimento in volo è lungo, circa un’ora, ma non così lungo da impedirci, in caso di problemi, di ritornare a casa. Attraversiamo il confine con l’Iraq, i sistemi di autoprotezione del velivolo sono attivati, prua nord-ovest e ci godiamo il panorama. Non che sia un panorama granché vario, intendiamoci, però non può non affascinare, se non altro per quello che lì, sotto i nostri piedi, è successo nell’ultimo secolo.

L’Iraq è un Paese fondamentalmente in guerra con qualcuno da quarant’anni e anche oggi, purtroppo, fatica a trovare la pace. Noi siamo qui, cercando di fare la nostra parte, dando il nostro piccolo contributo affinché il Daesh, rimanga solo un trafiletto nei libri di storia del futuro. Ancora qualche minuto e il giro turistico dell’Iraq meridionale finirà, il primo rifornimento è previsto con i nostri ragazzi di Pratica. Eccolo davanti a noi, con prua opposta, circa 1.000 piedi sopra di noi, il KC-767 che oggi sarà il nostro primo rifornitore. Viriamo di 180° per accodarci, siamo autorizzati al ricongiungimento sul lato sinistro. Una breve occhiata dentro al cockpit del “bestione”, un cenno di saluto con la mano, poi veniamo autorizzati al contatto. Oggi è facile, non c’è turbolenza, il cestello è stabile e lo centriamo senza problemi. Speriamo che rimanga così anche dopo, i rifornimenti da fare oggi sono tre.

 

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Leggi l'articolo completo sulla Rivista Aeronautica n° 5 del 2019

 

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