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TIANGONG 1, LA CADUTA DEL PALAZZO CELESTE
Alla fine i detriti della stazione spaziale cinese sono sprofondati al largo del Pacifico Meridionale, senza arrecare danni a persone o cose. Si è conclusa, così, pochi minuti dopo le due di notte, ora italiana, del 2 aprile scorso, la caduta incontrollata in atmosfera di Tiangong 1, il "Palazzo Celeste", una struttura tubolare con due grandi pannelli solari, dal peso di circa otto tonnellate, lunga 10 metri. Dopo aver trascorso 2.375 giorni e 21 ore in orbita, Tiangong 1 ha perso il suo corretto assetto di volo, "spiraleggiando" rapidamente verso una lenta e inesorabile caduta. Impattando con l'atmosfera, a causa dell'attrito, ha raggiunto temperature superiori ai 2.000°C centigradi e attorno ai 70 chilometri d'altezza ha vaporizzato gran parte della sua struttura in alluminio, distruggendosi in piccoli frammenti di materiale a più alto punto di fusione, come il titanio e l'acciaio. Il mondo intero è rimasto col naso all'insù, col fiato sospeso, in attesa di possibili, catastrofiche conseguenze. Tuttavia, la probabilità d'incidente per caduta di detriti sul nostro Paese era decisamente bassa, stimata attorno allo 0,000002 per cento. Ma l'Italia era stata segnalata come possibile area d'impatto, con quattro traiettorie di caduta che la interessavano direttamente, dalla Liguria alle isole meridionali. Per questo motivo l'opinione pubblica attendeva notizie rassicuranti sul "quando e dove" questo ingombrante detrito spaziale avrebbe impattato contro la superficie del nostro pianeta. 
Per far fronte a queste note di preoccupazione, il Dipartimento della Protezione Civile ha attivato un canale informativo costantemente aggiornato, con le informazioni coordinate dall'OCIS (Organismo di Coordinamento ed Indirizzo per SST - Space Surveillance and Tracking) composto da ASI (Agenzia Spaziale Italiana), Stato Maggiore della Difesa, Aeronautica Militare e INAF (Istituto Nazionale di AstroFisica), che hanno messo a disposizione del Paese assetti e professionalità in ambito aerospaziale. Per il monitoraggio dell'evento, inoltre, il 21 marzo scorso è stato costituito un tavolo tecnico, con il compito di pianificare le eventuali misure di sicurezza per garantire l'incolumità della popolazione. 
Questo gruppo di lavoro, costituito dai rappresentanti della Protezione Civile, dell'ASI, del Dipartimento dei Vigili del Fuoco, del Ministero degli Affari Esteri, dell'ENAV e dell'ENAC, si è avvalso anche del contributo delle Forze Armate, con personale dell'Ufficio Spazio dello Stato Maggiore della Difesa, del Comando Operativo di vertice Interforze e dello Stato Maggiore dell'Aeronautica. L'assetto primario impiegato per le capacità di calcolo della traiettoria di caduta di Tiangong 1 è stato l'ISOC (Italian SST – Space Surveillance and Tracking – Operation Centre) di Pratica di Mare. Con l'avvicinarsi del rientro a Terra della stazione spaziale cinese, il Centro, operato dal personale del GIAS (Gruppo di Ingegneria per l'AeroSpazio), è rimasto attivo e vigile in H24, riuscendo a calcolare con 36 ore d'anticipo la possibile traiettoria e il punto di caduta al suolo delle cosiddette "fireball", i frammenti più resistenti della stazione, che tra i 20 e i 40 km d'altezza avevano ormai assunto le sembianze di tante piccole "meteore" in formazione. All'interno del Centro era presente anche personale dell'ASI e dell'INAF, che ha condiviso con il comparto Difesa i rilevamenti effettuati dai propri telescopi, capaci di rilevare l'ingresso in atmosfera di oggetti ad altissima velocità. Nel contempo, per le attività di tracking di Tiangong 1 si sono rivelati di fondamentale importanza il Multi Frequency Doppler Radar, presso il PISQ (Poligono Interforze del Salto di Quirra), in Sardegna, unico assetto radar nazionale che è in grado di seguire le orbite di oggetti spaziali che sorvolino il nostro Paese, in qualunque condizione meteorologica, sia di giorno che di notte, il BIRALES (BIstatic RAdar for LEo Survey), sempre al PISQ, che ha monitorato il passaggio di Tiangong 1 sopra la nostra penisola, i sensori del poligono di Capo San Lorenzo e il telescopio ottico militare MiTe di Pratica di Mare, gestito sempre dal GIAS. Le misure di tracking si sono dimostrate particolarmente precise anche grazie alla stretta cooperazione con il JSpOC (Joint Space Operations Centre) USA dislocato presso la base aerea di Vandenberg. 

di Antonio Calabrese

Leggi l'articolo completo sulla Rivista Aeronautica n° 2 del 2018
 

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