È da più di mezzo secolo che uomini e mezzi dell’Aeronautica Militare sono impegnati da una parte all’altra del globo, per portare soccorso in caso di guerre o calamità naturali e per concorrere alla risoluzione di situazioni di crisi, come la fame e il sottosviluppo dei Paesi del Terzo Mondo. Si tratta per lo più di missioni in terre lontane, che richiedono sforzi enormi da parte degli equipaggi della Forza Armata, operanti in zone a rischio, lontani dalla Patria. Alcune di queste missioni sono state contrassegnate da sacrifici estremi, ma, a fronte della dolorosa perdita di giovani equipaggi, le operazioni 'fuori area' hanno permesso che migliaia di altre vite fossero salvate. Per questo motivo le missioni per gli aiuti umanitari proseguono. Le prime testimonianze delle attività svolte all’estero dall’Aeronautica Militare con fini umanitari risalgono al 1948, quando cominciarono ad essere effettuate missioni su richiesta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Tuttavia, l’operazione scolpita nella memoria collettiva è quella svolta in Congo tra il 1960 e il 1962 da velivoli della 46^ Brigata Aerea di Pisa, per l’eccidio di Kindu e per le modalità in cui due equipaggi trovarono la morte l’11 novembre 1961. Le immagini di quel dramma dovevano essere ben impresse nella memoria degli uomini che, a circa quarant’anni di distanza dalla strage, hanno volato nuovamente in quelle terre per portare soccorso alla popolazione locale. A seguito di quanto accaduto in Africa, per un ventennio le missioni dell’Aeronautica Militare non previdero più la presenza permanente dei velivoli in zona d’operazioni, bensì il loro impiego costante in innumerevoli impegni umanitari in occasione di crisi politiche, terremoti, epidemie, inondazioni ed eruzioni vulcaniche.
Solo nel 1980 le operazioni di soccorso tornarono ad assumere un carattere d’ampia durata con il trasporto di aiuti in Cambogia. Nel biennio 1982-84 la Forza Armata venne chiamata a supportare il personale del contingente militare di pace nelle Operazioni “Libano 1” e “Libano 2”. Nel 1984, velivoli G-222, Atlantic ed elicotteri HH-3F furono impegnati per dieci giorni nello Stretto di Gibilterra e nell’Oceano Atlantico per la ricerca della motonave Tito Campanella, mentre nell’anno successivo i velivoli della 46^ Brigata Aerea di Pisa volarono per la prima volta nella Baia di Terranova in supporto all’attività di ricerca scientifica in Antartide. Nel 1991, al termine della crisi del Golfo Persico, ebbe inizio l’Operazione 'Airone' per aiutare il popolo curdo in fuga dall’eccidio perpetrato dalle truppe irachene: nel corso di ottocento ore di volo furono trasportate 400 tonnellate di materiale, aviolanciate in prossimità delle aree dove il popolo curdo aveva trovato scampo. La Guerra del Golfo − chiamata anche I Guerra del Golfo − era di fatto iniziata il 2 agosto 1990 per concludersi nel febbraio dell’anno successivo; il conflitto aveva visto fronteggiarsi l’Iraq e una coalizione composta da trentacinque Stati, formatasi sotto l’egida dell’ONU e guidata dagli Stati Uniti. L’Operazione 'Desert Storm', avviata il 17 gennaio 1991, si proponeva di restaurare la sovranità del piccolo emirato del Kuwait, invaso e annesso all’Iraq il 2 agosto 1990. Il 25 settembre 1990, con un apposito atto ordinativo che sanciva la costituzione del Distaccamento di Al Dhafra, denominato successivamente Reparto di Volo Autonomo del Golfo, lo Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare diede concreta attuazione all’adesione del Governo italiano alle risoluzioni dell’ONU volte a realizzare la liberazione del Kuwait occupato dalle forze irachene. Lo stesso giorno, otto velivoli Tornado del 6°, 36° e 50° Stormo lasciarono la base di Gioia del Colle (Bari) al termine di una cerimonia durante la quale il Capo di Stato Maggiore, Generale di Squadra Aerea Stelio Nardini, aveva consegnato la Bandiera di guerra al Comandante dell’Unità, Colonnello Mario Redditi. I Tornado, il cui numero venne successivamente aumentato, erano stati in precedenza opportunamente adattati, a tempo di record, presso i reparti di appartenenza e il Reparto Manutenzione Velivoli di Cameri (Novara) per renderli idonei all’impiego nel deserto. Nel 1991, si aprì un ulteriore scenario per le operazioni fuori area, più vicino geograficamente, ma non meno pericoloso degli altri: la Penisola Balcanica. Proprio durante uno dei tanti 'voli della speranza' verso Sarajevo, un G-222 italiano venne abbattuto da missili terra-aria portatili e nell’incidente persero la vita i quattro membri dell’equipaggio. I nomi di quegli aviatori morti sui cieli della Bosnia si aggiungono alla folta schiera dei militari caduti per la pace. A dicembre 1992 ebbe inizio invece l’Operazione “Restore Hope” che vide C-130, G-222 e HH-3F presenti a Mogadiscio. I diciotto mesi di operazioni in Somalia rappresentarono un severo banco di prova per gli oltre 700 uomini che si succedettero nel corso della missione e per gli elicotteri del 15° Stormo e gli aerei della 46^ Brigata Aerea, costretti ad operare in un clima proibitivo, a enorme distanza dalla base, in missioni molto rischiose spesso caratterizzate da decolli 'su allarme'. L’operazione, una vera e propria pietra miliare per le proporzioni dell’impegno sostenuto dalla Forza Armata, produsse i risultati sperati (superamento della carestia e miglioramento delle condizioni sanitarie), in un Paese in cui gli equilibri sociopolitici apparivano molto fragili. A seguito di questa missione, l’Aeronautica Militare prestò servizio anche in Mozambico, assicurando il trasporto di uomini e materiali per la creazione dei campi base.
Nel 1997, oltre ad assicurare la protezione delle coste italiane e dello spazio aereo nazionale, l’Aeronautica Militare prese parte all’Operazione 'Alba', la prima azione multinazionale sotto Comando italiano, contribuendo con un imponente ponte aereo al sostegno della popolazione albanese e delle forze presenti. Proprio in Albania, l’Aeronautica Militare fu impegnata con il suo Genio Campale nella ristrutturazione, dopo circa cinquant’anni di incuria, dell’aeroporto di Tirana-Rinas che venne dotato di capacità notturna, moderne strutture meteorologiche e assistenza all’atterraggio. Dakovika, Pristina, Pish Poro e Bagram sono altrettanti esempi di approntamento e di gestione di piste di volo, espressione del nuovo concetto di logistica operativa. Questa è infatti la filosofi a che anima i Reparti Operativi Autonomi dell’Aeronautica Militare, attivi nelle missioni fuori area su dimensione ormai globale. Nel 1999, dopo il fallimento degli Accordi di Rambouillet (in febbraio), l’Aeronautica Militare Italiana venne pesantemente coinvolta nelle operazioni NATO contro la Serbia di Milosevic, facendo ritorno sul teatro balcanico cinque anni dopo l’Operazione 'Deliberate Force' in Bosnia-Erzegovina. Da quando la NATO decise di operare per ripristina re la pace e fermare i massacri nel Kosovo, gli aeroporti italiani si trovarono ad ospitare, con lo sforzo logistico conseguente, una cifra imponente di aerei militari − attorno al migliaio − con esigenze di massima operatività e la necessità di vedere soddisfatte le richieste di servizi, dettate dallo svolgimento di frequenti missioni di guerra.
Al servizio della NATO furono posti diversi aeroporti, dai quali operarono la maggior parte dei velivoli alleati, con la relativa attivazione di tutti i servizi di supporto tra cui il servizio meteorologico, i rifornimenti di carburante, il controllo del traffico aereo, l’attività SAR (Search and Rescue) ventiquattr’ore al giorno. Oltre al supporto tecnico diretto, l’Italia schierò sistemi di difesa antiaerea basati su radar mobili e cinque batterie SPADA dell’Aeronautica Militare, tre batterie Hawk dell’Esercito Italiano assicurando la protezione del territorio nazionale e la difesa degli aeroporti. L’Aeronautica Militare Italiana, con un coinvolgimento di quasi tutti gli assetti disponibili, svolse più di 1.400 missioni e più di 6.500 ore di volo nei 78 giorni di conflitto. Un’ulteriore operazione svolta nel 1999 dagli uomini dell’Aeronautica fu quella che vide i G-222, i C-130 e i B-707 italiani volare a 16.500 km dall’Italia, in Australia e nell’isola di Timor Est. Per sei mesi i militari italiani operarono in mezzo alla giungla, in pieno clima tropicale, per porre fine ai massacri in corso sul territorio. Il materiale – tra cui medicinali, viveri e attrezzature – trasportato dai nostri velivoli, a fronte di impegnativi voli di collegamento tra i poco attrezzati aeroporti timoresi, contribuì al successo della Missione 'Stabilise', che riportò la pace laddove regnava la violenza, attraverso 230 missioni per un totale di 256 ore di volo. La guerra in Afghanistan iniziata nell’ottobre 2001, poco dopo gli attentati dell’11 settembre contro gli Stati Uniti, segnò l’esordio dell’impegno internazionale contro il terrorismo globale. L’Alleanza del Nord, formata dai gruppi afghani ostili ai gruppi estremisti talebani, fornì la maggior parte delle forze di terra, mentre Stati Uniti e NATO assicurarono, in particolare nella fase iniziale, supporto tattico, aereo e logistico. Nella seconda fase, dopo la riconquista di Kabul, le truppe occidentali aumentarono la loro presenza anche a livello territoriale per lo svolgimento di una delle più grandi operazioni mai compiute: l’Operazione 'Enduring Freedom'. A seguito degli sviluppi della situazione politico militare in Afghanistan, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò, il 20 dicembre 2001, la risoluzione 1386, con la quale venne autorizzato il dispiegamento nella città di Kabul e aree limitrofe – sotto il Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite – di una Forza multinazionale, sotto l’egida NATO, denominata International Security Assistance Force (ISAF), con il compito di assistere le istituzioni politiche provvisorie afghane a mantenere un ambiente sicuro, nel quadro degli Accordi di Bonn siglati il 5 dicembre. Il Comando Regionale Ovest di ISAF, sotto la responsabilità italiana, comprende un’ampia regione dell’Afghanistan – grande quanto il Nord Italia – che si estende dal capoluogo Herat fino alla Provincia di Farah. Il grosso del Comando multinazionale e interforze, dislocato nelle vicinanze di Herat, è costituito da personale proveniente dai Paracadutisti della 'Folgore'. Oltre che nella base del capoluogo, gli italiani sono presenti con una Task Force a Farah e a Bala Morghab. Il contingente è impegnato al mantenimento della sicurezza, mediante operazioni di controllo del territorio e addestramento alle forze afghane e nella ricostruzione, attraverso il PRT (Provincial Reconstruction Team). L’Aeronautica Militare, già coinvolta con le attività del 4° Reparto Operativo Autonomo (ROA) di Bagram e del 5° ROA di Manas, ormai concluse, fornisce dall’ottobre 2001 ulteriori contributi all’Operazione 'Enduring Freedom' con un proprio personale distaccato presso posizioni isolate o comandi della coalizione multinazionale antiterrorismo.
La Joint Air Task Force (JATF) è invece la componente aerea nazionale joint, ossia costituita da assetti di tutte le Forze Armate presenti ad Herat, sotto la leadership dell’Aeronautica Militare. Le missioni svolte prevedono compiti di ricognizione a supporto delle truppe nazionali e alleate sul territorio grazie all’impiego di velivoli Tornado IDS, AMX e assetti UAV (Unmanned Aerial Vehicle) Predator, oltre ad innumerevoli missioni di trasporto aereo, anche di tipo ospedaliero e prettamente umanitario, effettuate con velivoli C-27J, C-130J ed elicotteri AB.212 ICO (Implementazione Capacità Operative). Nel mese di marzo 2003, in un teatro ormai noto, ebbe inizio l’Operazione “Iraqi Freedom”, da parte di una coalizione composta principalmente dagli Eserciti Britannico e Statunitense. Il 1° maggio 2003 le operazioni belliche terminarono, anche se di fatto gli eserciti stranieri non ottennero mai il pieno controllo del territorio, subendo gravi perdite infl itte dalla resistenza irachena con operazioni asimmetriche e attentati terroristici. La risoluzione 1483 del 22 maggio, approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, invitò tutti gli Alleati a contribuire alla rinascita dell’Iraq, favorendo la sicurezza del popolo iracheno e lo sviluppo della Nazione. La partecipazione dell’Italia si compì attraverso la Missione 'Antica Babilonia', che fornì forze dislocate nel sud del Paese, con base principale a Nassiriya, sotto la guida inglese. La missione italiana ebbe inizio il 15 luglio 2003 e si identificò come un’operazione militare con finalità di peacekeeping (mantenimento e salvaguardia della pace), con l’obiettivo primario di ripristinare la sicurezza sul territorio attraverso l’assistenza all’addestramento e all’equipaggiamento delle forze. L’Aeronautica Militare prese parte all’Operazione 'Antica Babilonia' tramite il proprio 6° ROA che, nell’ambito dell’IT-JTF, assicurò il supporto aereo alle forze di terra garantendo senza soluzione di continuità una cornice di sicurezza. La componente elicotteri, inserita direttamente alle dipendenze dell’IT-JTF, operò invece sull’aeroporto di Tallil, ex base aerea irachena, non lontano da An Nasiriyah. In questa breve descrizione sono state riportate alcune delle principali attività che hanno visto coinvolte l’Italia e soprattutto l’Aeronautica Militare.
Gli innumerevoli impegni internazionali che il Paese deve fronteggiare insieme ai quotidiani compiti istituzionali sul proprio territorio sono frutto di un importante ruolo di leadership italiana nelle varie organizzazioni internazionali quali l’Unione Europea, la NATO e le Nazioni Unite. Anche in un periodo di forte congiuntura finanziaria, radicale rinnovamento, limitatissimo personale e forte contrazione delle risorse, l’Italia risulta tra i Paesi leader nei vari teatri strategici a fronte di una indiscussa professionalità dimostrata sul campo dal personale presente e a un sapiente e generoso impiego di risorse e mezzi. L’impegno dell’Italia nelle missioni internazionali di stabilizzazione è un elemento essenziale e in continua crescita della politica estera del Paese, da cui dipende sempre più strettamente lo standing internazionale italiano, la sicurezza dei cittadini e la possibilità dello sviluppo economico e sociale globale. Non a caso il Ministro degli Esteri, on. Franco Frattini, ha dichiarato che «il Governo ha una visione che è già stata approfondita e le missioni internazionali sono un biglietto da visita dell’Italia nel mondo».